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L’uomo non fa quasi mai uso delle libertà che ha, come per esempio della libertà di pensiero; pretende invece come compenso la libertà di parola.

(Sören Kierkegaard)
 

(Gicar) - Per il giornalista, o “informatore”, di tantissimi anni fa il problema maggiore non era tanto quello di scrivere ciò che scriveva ma, piuttosto, di come far raggiungere, prima possibile, la notizia al proprio giornale affinché fosse pubblicata in termini di ragionevole decenza dall’accadimento reale dei fatti.  A seconda dei tempi, delle epoche e dei luoghi, non c’erano il telefono e neanche il telegrafo, utopiche le macchine da scrivere, i cellulari e i computer. Non tutti, strada facendo, possedevano un cavallo o un’automobile per raggiungere velocemente le redazioni, o più semplicemente, i destinatari interessati. Senza volutamente prendere in considerazione gli storiografi dei tempi antichi che, probabilmente, tanti dilemmi, con la propria contemporaneità non se li ponevano affatto, volutamente si glissa anche sulle leggendarie corrispondenze inoltrate tramite piccione viaggiatore.


In questi primi scorci del terzo millennio la tecnologia attuale, i mezzi di comunicazione e di trasporto (chissà nei decenni o secoli a venire cosa potranno metterci a disposizione), tra l’istantaneità o nel periodo di tempo massimo compreso tra un’alba ed un tramonto, da una stanza della nostra abitazione o dal primo aeroporto più vicino, possiamo fare il giro del mondo, in modo virtuale o reale, senza eccessivi problemi, continuando a comunicare, istante per istante, con chi vogliamo o riteniamo opportuno, informazioni di qualsiasi genere e natura. Certo il grado di cultura personale, la “stanzialità” in una determinata area geografica, in uno stato piuttosto che in un altro, o semplicemente in una determinata città, ci impone il rispetto, forzato o meno (conseguenze a parte) di leggi, usi e costumi del “regime” (termine usato nella sua più ampia accezione) con il quale più strettamente conviviamo.

Anche questo giornale, tramite internet o web a dir si voglia, irradia, di fatto, le proprie pagine, belle o brutte, condivisibili o meno, in tutto il mondo. Chiunque conosca la lingua italiana (o quella francese o inglese con le quali a volte traduciamo gli articoli ospitati) può leggere le notizie che pubblichiamo e apprendere i pareri, anche personali, che esprimiamo.

In Italia, parlare oggi di libertà di opinione e stampa compressa, vituperata, osteggiata e addirittura politicamente perseguita, può lasciare attoniti e sconcertati, fermo restando il rispetto e il diritto di manifestare nelle piazze di tutti coloro, operatori nel campo dell’informazione, che, sulla propria pelle, si sentono defraudati dei diritti costituzionalmente sanciti e condivisi da tutti.

Però… però… però… al di là delle logiche dei “massimi sistemi” di pensiero ed editoriali (duopolio di fatto, ruolo dei sindacati e della federazione, conflitto di interessi, esercizio distorto del potere) forse dimentichiamo che ad essere arbitri dell’informazione stessa sono proprio i singoli giornalisti.
Perché mai continuare a scrivere su un giornale o cercare di parlare in una televisione che puntualmente li censura? Perché ostinatamente scrivere a “destra” su una testata che tradizionalmente è di sinistra? Quale coerenza o assennatezza giustifica un giornalista di sinistra a riempire le pagine di un direttore o editore di destra?  E’ mai pensabile che in tali situazioni, se pur estreme, non sorgano, ragionevolmente, prima o poi, dissidi con conseguenti cerotti alle labbra o virtuali tagli di mani? E’ vero sono tanti gli editori che sbandierano la propria “indipendenza” solo di facciata, ma se non la attuano, non conviene cambiare giornale o televisione? E se proprio sono tutti dei “bastardi”, è sufficiente essere un giornalista iscritto all’Ordine nell’Elenco Pubblicisti e chiedere di registrare una propria testata a un Tribunale dello Stato (non sono poche quelle dove, nella piena legalità, il proprietario, l’editore e il direttore responsabile sono la stessa persona – conflitto d’interessi?). Non è poi così difficile, quindi, diffondere le notizie e commentarle come uno vuole in forma cartacea o nel Web. Purtroppo, oltre ogni confine, se si pensa anche a quei liberi Blog e portali (escludendo ovviamente quelli personali e di libera opinione) che diffondono sesso gratuito, pornografia, pedofilia, prostituzione e fenomeno "webcam gilrs" compreso.

Quindi libertà di stampa ed opinione e di “libera prestazione”, ironicamente aggiungendo, in pericolo? Sono innumerevoli le testate giornalistiche, cartacee e telematiche, regolarmente registrate, che si occupano di informazione locale, comprensoriale, provinciale, regionale e nazionale. Nella maggioranza dei casi, ovunque politicamente siano piegate, non ricevono, né chiedono, contributi pubblici tanto meno sono al servizio delle grandi imprese o delle banche.  Piuttosto i problemi, sempre al di là dei “massimi sistemi”, forse, sono altri e più tangibilmente concreti per la libertà di stampa e di opinione. Scrivere liberamente non è un problema per chi non riceve contributi dallo Stato da chiunque pro-tempore sia rappresentato. Questo deve far riflettere.
Si pensa veramente che i lettori o i telespettatori siano tutti così ingenui da non capire quando l’informazione proviene da una parte politica e non dall’altra? Si ritiene effettivamente possibile che i giornalisti siano gli unici intelligenti in grado di spiegare loro da quale pulpito viene la predica? Si crede davvero che lettori e telespettatori trangugino giù ogni cosa senza riflettere?  Non sarebbe il caso, invece, di spiegare loro perché si continua a rimanere in giornali o televisioni che “imbavagliano” o “costringono”, servizio pubblico compreso?

Certo lo stipendio non è cosa di poco conto, soprattutto di questi tempi. Non è facile trovare lavoro ovunque conciliando piacere per la professione, dovere, ideali e reddito garantito. Il prestigio di scrivere in una testata di rilievo nazionale o internazionale non è affare di poco peso. La notorietà acquisita sui canali delle televisioni di stato o private finisce con l’essere una necessità irrinunciabile. Le denunce inevitabilmente collezionate, nel corso di una carriera, per diffamazione a mezzo stampa, presentate da politici o privati, impongono un ombrello sicuro. Il complesso di queste situazioni finiscono, spesso, con l’approdo nell’autocensura del giornalista per non infastidire più se stessi e gli altri in una sorta di timore riverenziale nella squallida logica dello scrivere quello che si sa possa andar bene al direttore o all’editore salvo poi lamentarsi per non essere liberi.
Ma da chi, se non proprio da se stessi, è il caso di chiedersi? E’ questa la realtà che oggi non si vuole vedere. E’ questo che mette in crisi la libertà di stampa e non gli strilli dei politici o le loro offese e insulti. Non è raro sentir dire dai lettori che i giornali riportano quasi tutti le stesse notizie addirittura con le stesse parole quasi ci fosse un regista che tutto e tutti controlla senza sapere che, con la storia del “copia e incolla”, in moltissimi casi, ci si limita a passare integralmente i comunicati o le note che alle redazioni pervengono dai vari enti, organismi o agenzie di stampa. Spesso senza un minimo commento, uno straccio di interpretazione o di approfondimento. E la responsabilità di chi è, se non proprio del giornalista che sempre più abdica al suo ruolo?  Essere in grado di saper scovare di sana pianta una notizia è pregio sempre più raro da trovare e la pericolosa pratica dell’autocensura, nella paradossale convinzione che sia cosa più onorevole di un’ipotetica censura di fatto, sta diventando fin troppo diffusa.   

Nelle piazze si dovrebbero urlare, oggi, anche queste “mea culpa” soprattutto quando si ricordano coloro, che per la libertà di stampa, il libero pensiero e non per scrivere solo parole scomode, sono morti davvero.

Prima ancora della libertà di stampa occorre esercitare e ribadire, quindi, la libertà di pensiero. Solo così si potrà avere anche la libertà di parola (scrivere).
I giornalisti devono essere i primi a dover applicare la libertà di stampa, che discende dalla libertà di pensiero, senza pretenderla dagli altri (editori e politici in particolare) come fosse una mera concessione.

Le libertà non hanno, di norma, le “pezze al culo”, devono solo essere volute, vissute e praticate.





La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire.

(George Orwell)
 


Last Updated (Monday, 05 October 2009 18:27)

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