CIASCUNO DI NOI ASPETTA UN PROPRIO GODOT

La persistente attesa di qualcosa che non avverrà, l’assenza di certezze, di punti di riferimento. Il mancato sopraggiungere, l’inesistenza di qualcuno o qualcosa che si continua ad aspettare all’infinito. Cosa rappresenta realmente la sospensione temporale? Fiducia, false speranze, illusioni. Ciascuno di noi aspetta un proprio Godot, intimo o di ampio respiro che sia, a cui attribuisce un’identità ben precisa o un insieme di significati. Il destino, la morte, Dio. Forse la vita stessa.
Sono tutte interpretazioni alle quali si presta l’inesistente protagonista della tragicommedia beckettiana e che rendono il teatro dell’assurdo di En attendant Godot (Aspettando Godot) facilmente associabile alla realtà di tutti i giorni, alla crisi d’identità e all’incomunicabilità che sembrano tristemente prevalere. Non resta allora che protrarsi oltre il tempo, imparando pian piano a viverlo, magari avvalendosi di quella magica dimensione parallela che i libri ci offrono.




ALESSANDRA GIANNITELLI
 

Ventisei anni, laureata in Lettere e Filosofia all'Università "La Sapienza" di Roma .

Collabora al quindicinale  "Il Giornale del Lazio" e alla rivista saggistica "Bibliomanie".

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Roma - TiburtinaRoma, stazione metro Tiburtina: un giovane si toglie la vita gettandosi sotto il convoglio

(Alessandra Giannitelli) - Una tranquilla e mite mattina di ottobre, il solito tran tran cittadino, tra corse in ufficio e autobus mancati. Tutto come sempre, in una caotica Roma di tutti i giorni, almeno all’apparenza.
La folla aspetta impaziente e distratta, Stazione Tiburtina, Metro B, qualcosa stravolge un equilibrio, ma dopo qualche ora “il servizio è tornato regolare”. Come se nulla fosse mai accaduto. O forse è accaduto, sì, qualcosa, ma è stato veloce, quasi impercettibile. Ed è già rimosso.


Scene di panico tra i passeggeri per il sospetto di un attentato, sterminato fantasma del decennio che volge al termine. E invece stavolta si tratta di un spettro individuale, ma altrettanto spaventoso.
Di lui si sa poco o niente. Si sa che all’apparenza dimostrava tra i 25 e i 30 anni, che è stato un attimo, che è morto sul colpo, che si parla di suicidio.
Alla sua reale identità non è facile risalire, il corpo – dopo un simile trauma – è deturpato.
Forse è da quel minaccioso fantasma che provava a fuggire, quasi in una sorta di personificazione di quel freudiano “disagio della civiltà” nei confronti della società o della propria vita, chissà.
Un rombo inquietante, un vento repentino che per pochi istanti spazza via tutto – pensieri, speranze, paure – e che in un attimo porta via anche una vita e la fiducia nell’esistenza stessa.
Secondo le poche e confuse testimonianze, il giovane si sarebbe sporto dalla banchina, lasciandosi andare all’ultimo istante, quando ormai il convoglio stava arrivando e nulla era più possibile, nessuna difesa né ripensamento. Solo molto più tardi si saprà che quel disagio aveva un nome e un titolo di studio: laurea. Un traguardo che a parole si avvicinava sempre più, ma che nella realtà era lontanissimo.

Non è la prima volta né sarà l’ultima, questo si sa, eppure fa riflettere, fa sentire d’un tratto tutto l’amaro concepibile, tutto il disagio, appunto. Un amaro che si ripropone, leggendo di reazioni allucinanti, sintomo di indifferenza ed egoismo: «se proprio vuoi morire, accendi il gas a casa tua, lascia le porte aperte, lascia un biglietto fuori dalla porta d'ingresso avvertendo del fatto le persone che potrebbero entrare, e vai a nanna, no?»; «avrebbe potuto benissimo togliersi la vita nella sua cameretta, senza infastidire nessuno»; «è morto, bene, almeno non lo rifà nuovamente»; «che buon motivo ci sarebbe per bloccare la circolazione di una metropoli, per costringere delle persone a raccattare i pezzi del tuo corpo e altre cose del genere?»; «se blocca una città, sì, è solo una scocciatura». È quanto si legge su alcuni forum on-line.
Tra tante bassezze e assurdità, si erge ad un tratto una voce mite e solitaria, che nasconde però smarrimento e paura; la voce di un ragazzo che chiede maggiori informazioni, perché «forse era un mio amico che non riesco a contattare da stamane».

Ci si potrebbe domandare, a questo punto, il perché – quello vero – di un simile gesto, di tanti, troppi gesti disperati; perché non si adottano, ad esempio, misure precauzionali come in Giappone, dove – a causa del preoccupante numero di suicidi (il Giappone è al secondo posto, dopo la Russia) – nelle principali stazioni metropolitane e ferroviarie sono state istituite barriere antisuicidio, che proteggono anche da eventuali cadute accidentali.
Ci si potrebbe porre tante, simili domande, ma non è questo il punto. Il problema non appartiene alle stazioni, alle strade o alle misure cautelative – che pure gioverebbero, senza dubbio.
Il punto è che è davvero triste, a soli 25 anni, cadere nella trappola di un gesto così estremo da non lasciare speranze. Un’azione che – a dispetto delle apparenze – purtroppo non si sceglie, ma si segue come unica, disperata via d’uscita da una sofferenza che in certi momenti e in certe situazioni può sembrare veramente troppo grande.

È triste – alle soglie del 2010 – andarsene così, in solitudine, seppur davanti a decine di sguardi di una folla tristemente disattenta nei confronti di chi poteva essere un fratello, un caro amico, o anche semplicemente un proprio conoscente.

Ma in fondo, dopo poche ore, “tutto tornava regolare”.



Last Updated (Sunday, 08 November 2009 01:14)

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